Il diritto di successione al trono è stato nei secoli un appannaggio maschile secondo il principio di primogenitura. Le donne potevano aspirarvi solo in assenza di maschi, talvolta anche lontani parenti, mentre non avevano speranze in quegli stati dove vigeva la legge salica.

Istintivamente saremmo tentati di collocare questa norma al tempo dei castelli e dei cavalieri, al massimo delle crinoline e delle parrucche: niente di più errato.

Linee di successione: una faccenda complicata

La prima nazione che ha adottato linee di successione senza distinzione di genere è stata la Svezia nel 1980, mentre per il trono inglese è stato necessario attendere il nuovo millennio.

Ricciarda Malaspina: resti di un affresco nella rocca Malaspina di Massa.

La storia, soprattutto per quanto riguarda gli stati minori, presenta in realtà vari tentativi di tutela delle eredi femmine, ovviamente in chiave di difesa del potere familiare: uno dei più interessanti riguarda il Marchesato di Massa e risale al 1533. Fu una donna, la “scandalosa” Ricciarda Malaspina, che, forse memore delle difficoltà affrontate personalmente, ottenne dall’imperatore Carlo V “una conferma dell’investitura per sé e per quello dei suoi discendenti che ritenesse più adatto, maschio o femmina che fosse”.

La giovinezza

Ricciarda nacque nel 1497, secondogenita di Antonio Alberico II Malaspina e di Laura d’Este, e le fu imposto il nome della bisnonna materna, quella Ricciarda di Saluzzo che aveva sposato in terze nozze l’irrequieto (si fa per dire) Nicolò III Marchese di Ferrara e da cui erano nati gli unici due figli legittimi dell’Estense.

Dal matrimonio di Alberico e Laura nacquero solo figlie, almeno quattro (Eleonora, Ricciarda, Lucrezia e Taddea), e a tal proposito la madre, in un’amara lettera alla cugina Isabella d’Este, si sfoga di quello che doveva essere per lei un tormento quotidiano, dietro il quale si intravedono un marito e una corte protesi al mitico erede maschio “ho accresciuto il numero della figliole femmine che ultimamente mi parvero ormai troppe”. Le donne estensi però avevano solitamente un carattere d’acciaio e il problema non fiaccò Lucrezia, la quale anzi dimostrò sempre un temperamento molto forte, che venne ereditato dalla figlia.

Stemma nobiliare della famiglia Malaspina

Le ragazze Malaspina capirono ben presto che il loro destino era di difendere in qualunque modo l’autonomia del piccolo stato, strategico cuscinetto tra Genova e Firenze, scomodi e potenti vicini: in questa logica la primogenita Eleonora venne maritata a Scipione Fieschi, della potente famiglia genovese, ma morì nel 1515 senza lasciare eredi.

Per volontà del padre toccò a Ricciarda “subentrare” alla sorella, ma il matrimonio, da cui nacque la sola Isabella, fu molto breve.

Erede del Marchesato e secondo matrimonio

Alla morte di Alberico II nel 1519, Ricciarda e il marito furono dichiarati successori ed eredi, mentre Lucrezia ebbe il ruolo di governatore, ma il Fieschi morì l’anno seguente.

Entrarono allora in gioco i Medici, che organizzarono il matrimonio tra la vedova e un loro parente, Lorenzo Cibo, fratello del Cardinale Innocenzo, vera mente dell’operazione. La giovane coppia – il marito aveva alcuni anni in meno della consorte – amante del lusso, della ricchezza e del potere, stabilì la propria residenza a Roma, vivendo, almeno i primi tempi, in relativa concordia.

In questo ambiente cosmopolita Ricciarda – non bella, ma intelligente, brillante e ambiziosa – seppe cattivarsi amicizie influenti, in grado di rappresentare positivamente i suoi progetti presso l’imperatore Carlo V, da cui derivava l’investitura del Marchesato. Da parte sua la ragazza aveva un’innata capacità di leggere le vicende politiche o quantomeno di fidarsi di persone capaci: non a caso fu tra i pochissimi che, nel 1527, nonostante gli ordini papali, lasciò Roma prima dell’arrivo delle truppe imperiali intuendo non certo il terribile sacco che aspettava la città, ma quantomeno che la situazione stava volgendo al peggio.

I dissapori con il marito

Nonostante dall’unione con Lorenzo fossero nati Eleonora (1523) e Giulio (1525), i caratteri dei due coniugi, fortissimi e per molti aspetti simili, portarono ben presto a tensioni non appianabili soprattutto per quanto riguardava la titolarità del feudo di Massa, che generò una guerra diplomatica senza uguali.

Lorenzo Cibo (1500 – 1549), ritratto dal Parmigianino poco dopo il matrimonio con Ricciarda. L’opera è attualmente conservata allo Statens Museum for Kunst di Copenhagen

L’azione della lobby “ricciardiana” su Carlo V ottenne un primo importante successo nel 1529, quando l’imperatore confermò l’investitura solo a lei, ai suoi successori primogeniti maschi e, in mancanza di questi, alle femmine.

Lorenzo, che si stava costruendo una luminosa carriera militare, rispose nel 1530, quando riuscì a essere nominato dall’imperatore “compadrone” nel feudo e successore della moglie in caso di sua premorienza.

Ricciarda, ormai in guerra aperta, rimise in moto tutte le sue conoscenze e nel 1533 ottenne di poter nominare il proprio successore senza tenere in conto l’ordine di nascita.

La bella vita fiorentina

In quello stesso 1533 si trasferì a Firenze con la madre e le sorelle, alloggiando nelle proprietà confiscate ai Pazzi dopo il fallimento della celebre congiura e acquisite dai Cibo. A dimostrazione di rapporti familiari a dir poco complessi, nelle stesse case alloggiava forse anche Lorenzo, di certo i fratelli di lui Innocenzo e Caterina.

Ricciarda conduceva una vita dispendiosa – si dice abbia utilizzato per prima in Italia il cocchio, una novità appena arrivata dall’Ungheria – e piuttosto spregiudicata, all’interno di un cenacolo frequentato, tra gli altri, dal Berni, dal Varchi e dal Fiorenzuola e persino dal Duca Alessandro de’ Medici. Quest’ultimo, tra l’altro, sfuggì miracolosamente all’attentato programmato da Giovanni Battista Cibo, il quale voleva far saltare in aria un cassone posto nella camera della Marchesa, su cui spesso si sedeva il Duca.

Firenze, palazzo Pazzi. Edificato dalla potente famiglia nemica dei Medici, fu confiscato dopo la celebre congiura e dato in dote a Maddalena, figlia di Lorenzo il Magnifico, moglie di Franceschetto Cibo e madre di Lorenzo.

Nel 1534 nacque il terzo figlio, Alberico come il nonno materno, che il marito riconobbe, anche se la vox populi lo diceva figlio del Cardinale Innocenzo, che era sempre rimasto in ottimi rapporti con la cognata, tanto che per un certo tempo amministrò il Marchesato in sua vece.

Negli anni successivi le schermaglie tra i due coniugi divennero sempre più aspre coinvolgendo Giulio, classico “figlio conteso” tra genitori ostili, che non ne seppero formare il carattere, esasperandone invece i lati peggiori, l’ambizione, la vanità e l’avventatezza.

Le vicende del figlio Giulio

L’intricata vicenda familiare deflagrò nel 1545 quando il ventenne Giulio, che tra le altre cose accusava la madre di non sostenere finanziariamente la sua carriera militare, si impadronì della fortezza di Carrara.

Rocca Malaspina a Massa

Ricciarda, asserragliata a Massa, riuscì a mettere in fuga i ribelli e tacitò il tutto concedendo un appannaggio più elevato al figlio, ma Giulio non si fermò.

L’anno successivo, assicuratosi l’appoggio dei Doria e dei Medici e sfruttando un certo malcontento tra i sudditi, con il padre al comando delle truppe, occupò la città e assunse il titolo di Marchese.

Il ragazzo però era un vaso di coccio tra politici esperti, scaltri e cinici e inoltre sbagliò tutte le mosse: affidò il castello a un tal Venturini, sorta di soldato/bandito, che si macchiò di orrendi crimini, si alienò, a seguito del matrimonio con una Doria, la fiducia dei Medici, che arrivarono addirittura ad imprigionarlo, ma soprattutto non intuì che lo zio Innocenzo, abile e astuto, aveva altri progetti in testa.

La morte di Giulio

Attraverso l’aiuto imperiale Ricciarda riebbe il feudo e successivamente concluse con il figlio un accordo, in base al quale gli avrebbe concesso l’amministrazione e il governo dello stato, dietro versamento di un’ingente somma, che Giulio ovviamente non possedeva.

A quel punto il giovane commise una incomprensibile catena di errori nella continua, scomposta ricerca di protettori, alleati e finanziatori.

Incurante dell’aiuto ricevuto poco tempo prima, arrivò a spalleggiare Ottobuono Fieschi nell’ennesima congiura, in chiave filofrancese, contro Andrea Doria.

Scopertosi ben presto il complotto, in buona parte proprio per il suo incauto comportamento, Giulio, dopo la prigione e la tortura, fu decapitato per precisa volontà di Carlo V, intenzionato a dimostrare, tramite la morte di una figura secondaria, agli alleati reali o potenziali dei Francesi che non avrebbe tollerato atteggiamenti antimperiali.

Nasce con questa morte la leggenda “nera” di Ricciarda, accusata dagli storici di essere una madre snaturata, disposta a sacrificare il figlio per tutelare il proprio ruolo di Marchesa. Certamente Ricciarda fu ambiziosa e amante del potere e il difficile rapporto con Giulio non è edificante, ma suona strano che solo la madre venga messa sotto accusa, quando anche il padre contribuì a formarne l’atteggiamento avventato e ribelle per poi abbandonarlo alla vendetta dell’Imperatore.

Rocca Malaspina a Massa

Almeno Ricciarda cercò di evitargli la morte, come prova una lettera, che gli storici bollano come fredda e priva di sentimenti materni, ma che, se letta nella corretta prospettiva storica, contiene i soli termini che avrebbero potuto salvare la vita di un traditore: “Ella viene a li piedi soi a dimandargli gracia per la ricompensa di tanta fede che gli sia donato la vita suo figliuolo e questo non la adimanda per compassione né per amor che ella al presente li porta anzi gliè nata tanta rabia contra di lui de l’eror che gli a fato che abia auto pensamente di dar disturbo ala mente di V. M.ta che s’ella lo avesse in suo potere con le proprie mani lo affogarìa, ma la gracia che la desidre li sia fatta e perché non resti memoria che del corpo suo sia nato omo che abia meritato morire per giusticia”. Certo Giulio non viene difeso, ma riconoscere gli errori del figlio, prenderne le distanze e spostare l’attenzione sovrana dai suoi misfatti ai meriti di Ricciarda, che era rimasta fedele a Carlo V, era l’unica mossa possibile in quel delicato momento.

Gli ultimi anni

Nel 1549, dopo la morte del marito, Ricciarda riebbe finalmente i pieni poteri sul suo feudo senza più preoccupazioni, anche se preferì risiedere spesso a Roma: la piccola corte toscana le andava probabilmente stretta e la sua intelligenza politica si esercitava meglio in un ambiente vario e stimolante.

Massa, la possente mole della rocca Malaspina. Le parti più antiche, risalenti all’undicesimo secolo, vennero edificate dagli Obertenghi, di stirpe longobarda, da cui discesero varie famiglie nobili della zona, tra cui i Malaspina.

Nel 1550 morì anche il Cardinale Innocenzo, l’uomo che era stato sicuramente più vicino a Ricciarda e con cui sembra avesse concepito, oltre Alberico, altri figli, legittimati dal padre, per tutelare i quali la Marchesa si avvicinò cautamente ai Medici.

Si deve infine al suo lavorio politico se il figlio Alberico, erede designato, sposò Elisabetta, figlia del Duca di Urbino. In questa circostanza l’acutezza politica di Ricciarda suggerì al figlio di invitare alle nozze non solo i Medici e gli altri potenti della zona, bensì anche realtà minori, ma pericolosamente vicine, quali la Repubblica di Lucca. L’esperienza le aveva insegnato che uno stato piccolo deve gestirsi con accortezza poiché basta poco a causare un disastro.

Morì l’anno seguente dopo le consuete cure ai celebri Bagni di Lucca e lasciò ad Alberico uno stato tutto sommato pacifico e accettabilmente amministrato.

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